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da "La Gazzetta del Mezzogiorno - La Gazzetta di Basilicata" - lunedì 21 settembre 2015

IL PETROLIO TRA ATTUALITA’ E COMUNICAZIONE

La questione petrolio torna in questi giorni di grande attualità, in particolare in Basilicata, prima con una manifestazione di imprese e lavoratori, che legittimamente pone anche la questione dello sviluppo e dell’occupazione nel settore, poi con l’intervista, a cui la stampa locale ha dato grande risalto, rilasciata al settimanale Panorama dall’amministratore delegato dell’Eni Claudio Descalzi, che parla del calo della produzione petrolifera in Italia e lancia l’allarme perché, a suo avviso, se non saranno conclusi in breve tempo gli iter autorizzativi legati alle attività previste dal Protocollo d’intenti del 1998 fra Regione Basilicata ed Eni, sono a rischio i programmi di sviluppo delle attività petrolifere in Basilicata. Descalzi afferma inoltre che in Italia il fenomeno “Nimby” è ancora molto forte, ed usa lo stesso argomento che il consigliere regionale emiliano Gianni Bessi utilizza in una lettera indirizzata al presidente del Consiglio regionale Lacorazza. Ed infine la notizia che il Consiglio regionale della Basilicata ha votato la proposta di sei referendum abrogativi di alcune parti dell’art. 38 della legge sblocca Italia e di altre norme correlate, nonché dell’art. 35 del decreto sviluppo, per ciò che riguarda le trivelle in mare, dopo la proposta opportunamente avanzata da Piero Lacorazza, che ha avuto il merito di raccogliere il consenso unanime dei presidenti delle Assemblee legislative delle Regioni e delle Province Autonome. E dopo il pronunciamento importante di ieri a Bari del presidente Pittella e dei presidenti di altre Regioni.

Questo accavallarsi di notizie sul petrolio mi suggerisce alcune riflessioni, che cerco di riassumere in estrema sintesi:

1 – A proposito di sindrome Nimby, vorrei dire che in Basilicata neanche quando nel 2003 si è trattato di combattere contro la scelta del sito unico per le scorie nucleari qualcuno ha detto “non nel mio giardino”. Si disse, allora, che quella scelta era sbagliata non per solo per la Basilicata ma per l’Italia. Era cioè sbagliata nel metodo e nel merito, e quella posizione raccolse il consenso di 19 Regioni su 20, oltre che di buona parte del mondo scientifico e dell’opinione pubblica. Avevamo talmente ragione che la questione viene ripresa dopo 12 anni attraverso una metodica ed un percorso che vuole, almeno a parole, far leva sulla “partecipazione e condivisione dei territori”. Analogamente, e prima, la Basilicata non disse “non nel mio giardino” quando nel 1998 furono siglati gli accordi per lo sviluppo delle attività petrolifere. Disse invece che le attività petrolifere avrebbero dovuto svolgersi in un quadro di sostenibilità ambientale e che l’Eni e lo Stato, ognuno per la propria parte, avrebbero dovuto contribuire allo sviluppo della Val d’Agri e della Basilicata. Quindi, nessuna sindrome Nimby, ma un atteggiamento responsabile e solidale della Basilicata nei confronti dell’Italia.

2 - Sono passati quasi vent’anni ed ognuno è in grado di fare le proprie valutazioni sullo stato di attuazione di quegli accordi, sui risultati raggiunti (che pure ci sono) e soprattutto sui limiti che la classe dirigente regionale (a partire da me che ho avuto responsabilità di governo) ha manifestato nella gestione delle risorse delle royalties e nelle attività di monitoraggio e di tutela ambientale. Ma è bene ricordare che gli accordi nel 1998 furono due: uno con l’Eni e uno con lo Stato, che sottoscrisse con la Basilicata un’intesa istituzionale di programma per investimenti in opere pubbliche infrastrutturali e per lo sviluppo della Basilicata. Poi nel 2006 ci fu l’accordo con Total, al quale però non seguì una nuova intesa istituzionale con lo Stato, che si tentò di fare invece nel 2011 con il memorandum, con gli esiti che conosciamo. Lo sblocca Italia è un rimedio peggiore del male, a maggior ragione in presenza di un significativo calo del prezzo del petrolio.

3 – La Basilicata ha offerto un grosso contributo al bilancio energetico dell’Italia, ricevendo in cambio solo limitate risorse per lo sviluppo, che tali si sono dimostrate non solo per l’entità (7 per cento più 3 per cento della ex card idrocarburi) ma per un utilizzo non totalmente efficace, almeno dal punto di vista dello sviluppo, nonché per la scelta sbagliata dei governi regionali di non dare conto con la dovuta trasparenza e limpidità del loro utilizzo, ma soprattutto perché hanno creato l’illusione che fossero una manna dal cielo e che potessero risolvere quel gap di sottosviluppo e di povertà della nostra regione, che invece poteva, doveva e deve essere affrontato con interventi profondi e agganciati a programmi di intervento dello Stato che sono mancati alla Basilicata come al resto del Sud (vorrei citare ancora una volta le inadempienze dello Stato per la realizzazione delle grandi opere previste nella legge Obiettivo: Lauria – Candela, Potenza – Bari, Murgia – Pollino, ferrovie, aviosuperfici).

4 – Sono risultati quindi ancora più evidenti i limiti delle istituzioni regionali e nazionali preposte alle attività di tutela ambientale, è mancata una attività di adeguata trasparenza e di informazione alle popolazioni, con il coinvolgimento di autorità accademiche e scientifiche di livello internazionale, tanto che il Governo e il Parlamento (con un ordine del giorno presentato da me e da altri deputati) ha disposto che le attività petrolifere non dovranno in nessun caso superare i limiti fissati negli accordi del 1998 e del 2006 (154 mila barili / giorno). Le istituzioni, l’opinione pubblica e la politica in molte Regioni vorrebbero inoltre una salvaguardia totale del mare, evitando qualsiasi attività di ricerca ed estrazione degli idrocarburi. Quindi non è che sta crescendo una nuova sindrome Nimby. Più semplicemente occorre valutare i costi e i benefici, attrezzarsi per tutelare meglio l’ambiente e la salute, mantenendo i patti senza andare oltre perché ci sono evidenti limiti di sostenibilità delle attività petrolifere.

5 – Anche i risultati positivi ottenuti in sede di conversione del decreto sblocca Italia risultano in parte vanificati dal calo del prezzo del petrolio (qual è la stima di gettito prevista per l’Ires con il prezzo del petrolio dimezzato, posto che non è stata ancora definita la modalità tecnica per attuare questa misura?) e lo stesso decreto con il quale si definiscono le procedure per l’assegnazione dei 130 milioni di euro della ex card idrocarburi è sicuramente importante ma si tratta comunque di soldi che già spettavano ai cittadini lucani. Quindi, torno a dirlo sommessamente, rivolgendomi innanzitutto a quanti operano in ambito regionale ed ai colleghi parlamentari, al di là delle misure comunque utili previste in recenti provvedimenti legislativi, ciò che manca è “la politica”, cioè una nuova intesa istituzionale fra lo Stato e la Regione (come previsto dall’ordine del giorno Speranza, Folino, Antezza approvato dalla Camera dei deputati) che, a vent’anni dalla precedente intesa (e facendo quindi un bilancio delle evidenti inadempienze dello Stato) impegni il governo nazionale a fornire alla Basilicata una risposta complessiva, in termini di infrastrutture, investimenti e lavoro. Una risposta finalmente all’altezza di quanto la Basilicata ha fatto fino ad oggi per l’Italia. Se l’Emilia – Romagna (lo ricordo a Bessi) ha siglato un’intesa sulle attività estrattive con il Mise perché non può farlo anche la Basilicata, che dal punto di vista delle corrette e proficue relazioni istituzionali con lo Stato ha offerto in passato esempi significativi e che potrebbe fare meglio, viste le sintonie politiche fra l’attuale presidenza della Giunta e Palazzo Chigi? O dovremo rassegnarci a vedere la Basilicata che va a rotoli mentre i dirigenti del Pd sono sempre più impegnati a barare con se stessi in una sorta di gioco dei “quattro cantoni” o, per chi preferisce la bella musica popolare di Antonio Infantino e dei Tarantolati di Tricarico, a giocare alla “gatta mammona”?

 

 

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