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RICOSTRUIRE LA SINISTRA
PER IL LAVORO E PER L’ITALIA

La mutazione genetica del PD, nato come forza centrale del centrosinistra italiano, è purtroppo ormai compiuta. Lo è per il programma economico-sociale, per l’idea delle istituzioni e del sistema democratico, per la natura della sua vita interna, per il radicale mutamento della composizione dei suoi iscritti ed elettori, per le nuove alleanze politiche e sociali che si stanno affermando.
L’esperienza renziana e le mutazioni introdotte non saranno una parentesi. Esse hanno ormai alterato in maniera irreversibile la percezione del PD e della sua funzione nell’immaginario collettivo. Non ha senso il confronto con altre forze della sinistra europea. Il PD non è il Labour Party o la SPD. Ha meno di dieci anni di vita e questa è la sua prima vera esperienza di governo, dopo gli anni di Berlusconi e la parentesi delle larghe intese di Monti e Letta. Renzi si è inserito con determinazione e spregiudicatezza nel varco aperto dai difetti di costruzione originari del PD e dall’esito delle elezioni del 2013. In meno di due anni, sfruttando la leva del governo, ha prodotto una discontinuità profonda, che non è riducibile ai fisiologici cambiamenti di orientamento che segnano la vita dei grandi partiti europei tra un congresso e l’altro. Ciò è stato possibile anche per la fragilità della cultura politica e del modello organizzativo che il PD si trascina fin dalla sua nascita. Il tentativo della segreteria Bersani, controcorrente rispetto ai tempi e non sorretto da una maggioranza congressuale omogenea, ha tamponato questi problemi, ma non ha potuto risolverli.
I provvedimenti adottati in materia di lavoro, scuola, welfare, fisco indicano che il PD vive ormai con fastidio il modello di società disegnato dalla Costituzione repubblicana. Alla centralità del lavoro si è sostituita quella dei profitti, al principio di uguaglianza la retorica della meritocrazia che legittima la crescita reale delle diseguaglianze, alla progressività dell’imposizione fiscale l’adozione del motto berlusconiano “meno tasse per tutti”, all’universalità dei diritti sociali il primato di una presunta efficienza che apre il campo ai tagli al welfare e a un maggior spazio ai privati in campo sanitario e previdenziale. La legge di stabilità attualmente in discussione si muove dentro questo solco e non stupisce che i maggiori apprezzamenti siano finora venuti dalle forze di centrodestra dentro e fuori la maggioranza di governo.
Sul terreno istituzionale l’insieme di nuova legge elettorale e riforma costituzionale è destinato a introdurre un presidenzialismo di fatto privo di contrappesi e bilanciamenti, sottraendo nuovamente ai cittadini la scelta di gran parte dei parlamentari. Siamo fuori dalla cultura istituzionale dell’Ulivo e del centrosinistra. Nel merito e nel metodo. Nell’iter delle riforme si sono consumati strappi molto gravi: un ruolo del governo del tutto esorbitante che ha umiliato le prerogative del Parlamento, la sostituzione forzata nelle Commissioni dei parlamentari dissenzienti, l’imposizione della fiducia sulla legge elettorale (per la prima volta dopo la legge Acerbo nel 1923 e la legge truffa nel 1953), il disinvolto uso del trasformismo parlamentare per piegare le posizioni critiche al Senato sulla riforma costituzionale.
Il partito è stato ridotto ad appendice inerte del leader: comitato elettorale e ufficio stampa. Gli organismi dirigenti sono diventati rappresentazioni a uso streaming, riuniti ogni volta che è servito imporre un voto su una decisione già assunta dal segretario-premier o disporre di un palco dal quale lanciare un annuncio all’esterno. A livello locale la partecipazione e la vita democratica interna sono sempre più flebili. I congressi vengono sospesi e i commissari si moltiplicano. Il ricorso alle primarie per la scelta dei candidati sindaci viene adesso messo in discussione con l’idea di pilotare la scelta dei candidati da Palazzo Chigi, dopo che per anni Renzi è stato il principale avversario di qualsiasi forma di regolazione delle stesse.
Dopo aver vinto le primarie contro le larghe intese, Renzi ha sostituito Letta a Palazzo Chigi, trasformando l’accordo con Alfano da un governo di emergenza di diciotto mesi in un esecutivo politico di legislatura. Il programma di questo esecutivo, nato senza una legittimazione popolare diretta, non è stato mai discusso nemmeno con la base del PD. Non solo non si è considerata l’opportunità di un congresso straordinario per valutare una situazione politica totalmente mutata, ma si è ignorata anche la necessità di consultare gli iscritti e gli elettori del PD almeno sulle scelte più divisive, ad esempio il jobs act e la riforma della scuola. Nell’impossibilità di qualsiasi verifica democratica interna, restare nel PD significherebbe sostenere il progetto renziano nei tre appuntamenti cruciali dei prossimi mesi: le amministrative di primavera, il referendum costituzionale dell’autunno e le elezioni politiche che vi faranno seguito. Il rischio concreto è che l’Italia diventi l’unico grande Paese europeo in cui la sinistra viene completamente cancellata.
Se è così, è un dovere politico e storico avviare la costruzione di una nuova forza: larga, accogliente, aperta, in grado di dare rappresentanza a un vasto elettorato di centrosinistra oggi privo di rifermenti. Una forza che recuperi una radice ulivista, nel senso della pluralità delle culture politiche che devono alimentarla, a partire da quella del cattolicesimo democratico e sociale, e della determinazione a misurarsi con la sfida del governo. Tutt’altro rispetto a una ‘Cosa rossa’ settaria, protestataria e di testimonianza, che farebbe esattamente il gioco del Partito della Nazione renziano.
Nei territori il nuovo soggetto deve provare a riaprire una prospettiva progressista e di centrosinistra in tutti i luoghi in cui è concretamente possibile. Lo farà in chiara alternativa al PD nei Comuni in cui il progetto renziano di un riposizionamento verso il centrodestra viene accettato e praticato.
Sul piano nazionale la netta alternatività al PD di Renzi non è in discussione. Dobbiamo sapere però che la distanza dal PD non basterà per misurare la credibilità di un nuovo progetto. Entriamo in un’altra fase, in cui dovremo essere capaci di definire in positivo la nostra visione dell’Italia e la rotta che proponiamo. Servirà una sinistra popolare nel suo radicamento sociale, patriottica per la sua capacità di rappresentare in chiave non regressiva i bisogni profondi della nostra comunità nazionale, di governo per il segno della sua cultura politica. Bisognerà andare oltre una separazione tra riformisti e radicali che non regge più da nessuna parte del mondo e che indica solo una comune impotenza di fronte alla grandezza dei problemi posti dal capitalismo finanziario contemporaneo.
Abbiamo bisogno di una sinistra europeista ma con un pensiero nuovo sull’Europa: il punto di partenza, dopo quello che è accaduto in Grecia e sta accadendo in Portogallo, non può essere che la difesa della democrazia costituzionale, della sovranità popolare e della pari dignità tra i popoli europei. Ogni retorica europeista che non parta di qui è, consapevolmente o meno, funzionale ai disegni dell’estabilishment finanziario, che sfrutta la forza evocativa degli “Stati Uniti d’Europa” non per costruire una democrazia europea, ma solo per svuotare ulteriormente le democrazie nazionali, assoggettandole al controllo di organi tecnocratici.
Al centro del nuovo progetto deve esserci la rappresentanza del mondo del lavoro. Per realizzare questo obiettivo occorre costruire un’alleanza sociale dei produttori, in grado di parlare anche al lavoro autonomo e alla piccola e media impresa. Queste forze hanno bisogno di una politica economica fondata sul rilancio della domanda interna, sugli investimenti pubblici e sull’obiettivo della piena occupazione, in alternativa a un modello basato sulla compressione dei salari, sulla priorità delle esportazioni e sull’afflusso di capitali esteri in cerca di affari, che è invece funzionale alla rendita finanziaria e immobiliare e a un pezzo della grande impresa.
La centralità del lavoro impone di investire sulla qualità della democrazia, a tutti i livelli: nello Stato, negli enti locali, nei partiti. Di rifiutare la logica dell’uomo solo al comando e di credere nella risorsa della partecipazione popolare. Di puntare sul rinnovamento e non sulla liquidazione dei corpi intermedi, a partire dal sindacato. Di rilanciare un modello di formazione scolastica e universitaria saldamente ancorato alla Costituzione, che non accetti la privatizzazione del sapere e la divaricazione fra istituti di serie A e B. Di rimettere in campo una responsabilità nazionale sul Mezzogiorno, il cui abbandono è stato nell’ultimo ventennio uno dei segni più evidenti della crisi politica e morale del Paese.
Per fare questo dobbiamo unire le forze. Quelle di chi è già uscito dal PD o lo farà nei prossimi mesi. Quelle di SEL, che si è messa con generosità al servizio di un nuovo progetto politico a partire dai gruppi parlamentari, e delle altre formazioni di sinistra. Ma soprattutto bisogna intercettare le tante energie disponibili e disperse, comprese quello di un civismo democratico e sociale.
La nascita di nuovi gruppi parlamentari della sinistra è un passo importante, che offre uno strumento istituzionale a un progetto che adesso deve crescere nei territori e dal basso. Dovremo inventare nei prossimi mesi una nuova forma-partito, che sappia coniugare tradizione e innovazione, partecipazione e decisione, pensiero e comunicazione, guardando con curiosità alle esperienze più avanzate in giro per l’Europa.
Sarà un cammino non facile né breve, in cui serviranno umiltà, generosità verso il collettivo, coraggio, visione. Abbiamo il dovere di provarci.
Per ricostruire la sinistra, per ridare voce al lavoro, per l’Italia.

Alfredo D’Attorre, Stefano Fassina, Vincenzo Folino, Carlo Galli, Monica Gregori, Corradino Mineo

 

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