Lettera al direttore della Nuova del Sud per rispondere ad una lettrice (?) che critica l'inflessione dialettale del Presidente del Consiglio.

Ho trascorso questo ponte dell’Immacolata con amici e parenti in
Basilicata. Vivo a Torino, e in questa regione vengo
sempre volentieri. Ho voluto vedere l’albero di Natale più grande nel
paese di Tito, vicino a Potenza. Ho così assistito alla presentazione
di questo bell’evento, non proprio originale però. Ma quello che mi ha
colpito della manifestazione è stata la qualità degli interventi
durante la presentazione. Uno in particolare, da parte di un signore
che si esprimeva in un italiano con una fortissima influenza
dialettale, e quanto esprimeva  era così ovvio e scontato. Non sapevo
chi fosse, ho solo dopo appreso che si trattava del presidente del
consiglio regionale. Ho avuto qualche difficoltà a crederci, anche
perché le persone che erano con me avevano le mie stesse perplessità.
Non aggiungo altro, non vorrei suscitare qualche irritazione da parte
di qualcuno. Vi chiedo scusa, ma mi sentivo di esprimere queste mie
esitazioni. Se vuole la pubblichi, gentile direttore, altrimenti le
cestini pure: queste osservazioni le terrò nel mio  piccolo, magari fra
i miei amici.

Simona Conti
(Torino)

Caro direttore,
la ringrazio di avermi chiesto di commentare questa lettera, giunta al suo giornale per interposta persona (mah!) ma non per questo meno interessante. Dopo averla letta, confesso di aver pensato: cosa avrebbe scritto questa signora se avesse saputo che, oltre ad una decisa inflessione dialettale, ho anche un brutto carattere? Per non parlare del fatto che in alcune circostanze (come quella citata) preferisco evitare di propinare al prossimo discorsi lunghi e noiosi. Probabilmente la signora Conti è abituata ad ascoltare forbite dissertazioni e complessi discorsi e ritiene quindi banale e scontato quanto ho detto a Tito alla manifestazione dell’Anspi. Rispetto la sua opinione, ma io sono fatto così: non amo le ipocrisie. E allora mi sono limitato a rivolgere ai presenti l’invito ad avere un cuore più grande ed a praticare i valori dell’amicizia e della solidarietà, in particolare verso bambini e ragazzi che vivono in famiglie in difficoltà, in cui spesso i genitori hanno perso il posto di lavoro o sono in cassa integrazione. Così come la signora Conti può ritenere forse banale e scontato l’apprezzamento rivolto alle associazioni in generale, ed a quelle cattoliche in particolare, come la stessa Anspi, per l’azione svolta quotidianamente in favore dei soggetti deboli, talvolta in sostituzione delle stesse istituzioni pubbliche. Capisco, infine, che a taluni possa risultare più gradevole l’influenza dialettale toscana, veneta o piemontese, ma io preferisco quella lucana. E continuerò, quando mi capita l’occasione, a pronunciare in dialetto proverbi ed altre espressioni che in italiano perderebbero la loro efficacia comunicativa.

Cordialmente
Vincenzo Folino

PS
Se un giorno vorrà aprire sul suo giornale un dibattito sul linguaggio della politica, ma anche più in generale sull’uso della lingua italiana, sulle inflessioni dialettali e sui dialetti (questi ultimi sono oggetto di un interessante progetto dell’Università degli Studi della Basilicata), troverà tutta la mia attenzione.

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