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LA NUOVA DEL SUD
Mercoledì 22 febbraio 2017

 

“Pronti ad allearci con chiunque voglia consentire a questa Basilicata di vivere, anche con i 5 stelle qualora si aprissero a un confronto. Bubbico sta con noi”

“In questi anni c’è chi ha pensato solo alla poltrona”

La scissione nel Pd è compiuta. E Folino (primo a rompere con Renzi) lancia il nuovo “polo progressista aperto”:attacco ai “proconsoli” renziani in Basilicata

 

POTENZA- La scissione
in corso nel Pd potrebbe rimescolare
tutto. Anche in
Basilicata. E aprire a scenari
che in parte erano soltanto
pronosticabili. Il nuovo
“movimento” che starà
a sinistra gode infatti anche
del sostegno di chi le
stesse battaglie le ha combattute
per primo. Il deputato
lucano Vincenzo Folino
dopo aver vissuto una
stagione lunga e travagliata
in casa dem ed aver condiviso
un progetto politico
con Sinistra Italiana, pare
pronto a riavvicinarsi ai
suoi “compagni”, pur in
una dimensione del tutto
nuova. Un polo progressista
aperto alla società civile,
agli ambientalisti, senza
bandiere rosse per risintonizzarsi
con l’elettorato e
consegnare alla Basilicata
una prospettiva di sviluppo
lontana dal modello
odierno. Folino, ospite della
redazione della Nuova, si
dice pronto a dare il suo
contributo ad una nuova
coalizione di sinistra che
possa ambire anche a scalzare
Renzi e i suoi “proconsoli”
dagli scranni che
contano, ad ogni livello. A
partire da quello lucano.

Vincenzo Folino, alla fine
il Pd si è spaccato. E’
stato un buon profeta?
“Il Pd è in crisi da diverso
tempo, forse è in crisi sin
dalla sua nascita. Domenica
ho ascoltato un intervento
toccante di Walter Veltroni,
il quale però non ha fatto
alcuna autocritica su un
punto fondamentale. Il Pd
è nato facendo coincidere
leadership e premiership in
un Paese che non è bipolare.
Con primarie aperte ha
contribuito a quella destabilizzazione
della funzione
dei partiti, che è la vera causa
della crisi del Pd oltre che
della classe politica in generale.
Questa crisi si riflette
sul Mezzogiorno e in Basilicata,
dove da un anno e
mezzo non c’è un segretario
regionale, né un commissario.
In Basilicata c’è
una reazione che si è manifestata
con i due referendum.
L’opinione pubblica si
è detta contraria al Pd e ai
gruppi dirigenti”.

Però un accenno Veltroni
domenica l’ha fatto riguardo
la crisi dei gruppi
dirigenti...
“Il problema è che non dice
come si è arrivati a questa
situazione. Il territorio
è stato praticamente abbandonato.
In Basilicata questa
forma di abbandono ha determinato la frattura
sullo Sblocca Italia. E’ allora
che ho deciso di uscire
dal Pd. In Basilicata la politica
è troppo invasiva
mentre per tanti anni la mia
direzione aveva garantito
un maggiore pluralismo e
soprattutto più distanza tra
la politica e gli affari”.

Intanto è resuscitato
D’Alema...
“D’Alema oltre che un
amico è un grande politico
che non sarà protagonista
di questo percorso. Lui
ritiene che sia necessaria
l’affermazione di un nuovo
pensiero tra i progressisti.
Ritiene che il pensiero unico
occidentale non sia più
perseguibile e negli Usa se
ne è compreso il motivo.
Quindi serve un polo progressista
aperto, non con
un uomo solo al comando,
che si interfacci con con il
mondo della società, della
cultura, dell’università e del
lavoro”.

La crisi della classe dirigente
ha interessato
anche la Basilicata?
“Intanto io ho perso più
volte. Ho perso nel confronto
interno al Pd con De Filippo
e gli altri. Ho posto questioni importanti come
la crisi produttiva dettata
dal decentramento industriale
in Basilicata. Mi dimisi
e rimasi solo. Gli uomini
rinvenienti dalla Dc
presenti nel Pd hanno poi
dimostrato una scarsa capacità
di gestire il bene comune
ed una maggiore propensione
a “sgomitare”
nella battaglia del consenso.
Lo dico senza voler innescare
alcuna polemica.
Quel gruppo dirigente,
che oggi è perlopiù renziano,
si è perso nella battaglia
interna e ha perso contatto
con i territori. Basta volgere
uno sguardo agli ultimi
risultati delle amministrative.
Poi c’è un altro
gruppo dirigente che io
stesso ho sostenuto e che è
scaturito da un percorso di
rinnovamento. Percorso
però che ha perso quella
spinta iniziale per le mediazioni
estenuanti. Speranza
in questo come segretario
ha perso di efficacia. E inoltre
c’è stata un’involuzione
della società. Questa accentuazione
di individualismo
ha interessato anche
la politica”.

Dalla sua “scuola” sono
venuti fuori gli “Speranza”,
i “Lacorazza”, tanti
sindaci che oggi lei critica...
“No, non critico tutti. Ci
sono queste personalità e
altre personalità che costituiscono
l’ossatura della politica
lucana. Posso citare
il sindaco di Tito, il presidente
del consiglio comunale
di Melfi, l’assessore Fiore
di Viggianello. Possiamo
criticarli, sottolinearne i limiti
se preferite, ma questo
discorso vale per tutti.
Almeno Scavone Simonetti
e Fiore sono attivi sul
campo. Da altre parti ho visto
sempre gli stessi volti,
è quindi mancato il rinnovamento”.

Quindi Polese e Robortella
non rappresentano
un rinnovamento?
“Robortella è “figlio d’arte”,
è un bravissimo ragazzo
che si è inserito anche
sfruttando lo spazio che gli
aveva preparato il padre.
Polese è un esempio di classe
dirigente “in provetta”
perché Gianni Pittella lo ha
scelto per guidare “Prima
Persona” e lui si è trovato
poi a ricoprire questo ruolo.
Per carità anche loro costituiscono
una forma di
rinnovamento, ma il prodotto
finale mi pare “basso”.

Lei per venti anni ha detenuto
sempre il potere,
sia sotto il profilo dell’impegno
istituzionale, sia
agendo dietro le quinte.
Non teme di essere incoerente
ora che punta il dito
contro questa classe dirigente?
“Altri hanno esercitato la
funzione di potere e finalizzato
al potere anche il consenso,
io ho esercitato la
funzione di direzione politica
e di governo senza invadere
altri campi della società.
Anche i miei rapporti
con la stampa sono sempre
stati corretti, mai ho
tentato di andare fuori dal
seminato. Gli altri miei colleghi
hanno fatto l’opposto,
avvicinando sindacati, associazioni
datoriali, la stampa
e altri corpi dello Stato,
provocando un disastro
in questa regione”.

A chi si riferisce?
“Non è necessario fare
nomi”.

Però i cittadini all’epoca
ritenevano che per ottenere
qualcosa bisognava
passare sempre dalla
sua segreteria...
“Come sa direttore, perché
anche lei ha fatto parte
di questo disegno, un democristiano
come De Filippo
non potendo reggere il
confronto sulle idee con me
ricorreva a questi piccoli
mezzi. Cioè “dire che è tutta
colpa di Folino”. Io, come
tutti sanno, non mi sono
mai intromesso in fatti
esterni alla politica e non
ho mai definito i procedimenti
amministrativi”.

Un anno e mezzo fa è
uscito dal Pd. E’ arrivato
poi il momento di Sinistra
Italiana e ha preso le distanze.
Perché? Forse
perché se non fa il leader
non è contento?
“Io non ho mai fatto il leader.
La direzione del Pd l’-
ho sempre condotta con Antonio
Luongo, divertendoci
anche, ma con disinteresse.
Quando
lasciai il Pd
insieme a
Fassina,
D’Attorre e
Galli avanzai
le stesse
perplessità
di coloro che
oggi vogliono
lasciare
il Pd. Dissi
che c’erano
tre grandi
corazzate
populiste:
quella di
Grillo, di Salvini e quella
“semipopulista” di Renzi, a
voler essere cortesi. Dissi
anche che serviva una
nuova nave (il capitano sarebbe
arrivato poi) per traghettare
questo vasto popolo
della sinistra (che oggi
o non vota più o vota altri
partiti), verso un nuovo
orizzonte perché il mondo
è cambiato. Questo è stato
il mio orientamento iniziale
quando sono approdato
a Sinistra Italiana. Però ora
SI si è chiusa in se stessa”.

Cosa accadrà ora nel
Pd?
“Renzi ha fatto un disastro
e Speranza ha portato
la croce della lealtà. Non
penso che Speranza ambisca
a fare il leader di questo
o di quel partito. Ha dimostrato
di poter partecipare
ad una leadership collettiva
per ridare una prospettiva
ai progressisti italiani”.

Non crede che Speranza
abbia perso un po’ di appeal
in Basilicata, legan- do il suo “no” referendario
più all’Italicum che alla
riforma del Titolo V?
“Ecco, quando dico che
Speranza ha portato la
croce intendo che ha dovuto
svolgere la sua funzione
di direzione tra tante contraddizioni
e tante questioni.
Lui come gli altri che oggi
vogliono andarsene,
avrebbero dovuto con più
nettezza condurre le proprie
battaglie contro Renzi.
E invece siamo arrivati
al punto che non si comprende
il motivo di questa
scissione. Meglio tardi che
mai, però...”

Come si muoverà questo
nuovo soggetto politico?
“Possiamo trovarci alleati
con chiunque. Anche con
il M5s qualora si aprisse ad
un confronto. Contano i
programmi e le scelte politiche.
Io me ne sono andato
dal Pd per difendere la
mia storia. Mi alleerò con
chi è in grado
di consentire
a
questa Basilicata
di vivere.
In questi
anni pezzi di
classe dirigente
hanno
dimostrato
di pensare
più alla propria
poltrona
e meno
agli interessi
dei lucani.
Io no”.

Di questo nuovo soggetto
politico farà parte anche
Bubbico?
“Sì, ci sarà anche Bubbico.
E con lui faremo come
Bersani e D’Alema, ci metteremo
di fianco ai nuovi
leader per far nascere una
nuova classe dirigente”.

Quindi Bubbico si dimetterà
da viceministro?
“Sì, se necessario potrebbe
dimettersi a breve”.

E Lacorazza cosa farà
secondo lei?
“Spero che, in coerenza
con la sua battaglia contro
Renzi - in particolare su
Sblocca Italia e referendum
anti trivelle - partecipi a questo
nuovo progetto politico.
Ma se dovesse rimanere
nel Pd sarebbe comunque
per noi un riferimento
importante...”.

Lei è uscito dal partito
un anno e mezzo fa. Ha
mai ricevuto una “telefonata”
da Renzi in quel periodo?
Renzi ha mai cercato
di comprendere le sue
ragioni?
“Renzi è arrogante, è uno
che tira avanti per la sua
strada. Per certi versi è anche
positivo. Il problema è
che ha sempre ritenuto di
aver fatto tutto bene. E’ questo
che è sbagliato. Sullo
Sblocca Italia ha discusso
con qualche Paese straniero
e con le compagnie petrolifere,
senza aprirsi al territorio.
Anzi permettendosi il
lusso di parlare di “comitatini”,
rompendo
così di
fatto il rapporto
tra la
Basilicata e
il Governo.
Io non sono
mai stato
ascoltato da
lui, anche
perché Renzi
si sentiva garantito dai
suoi proconsoli in terra lucana.
Evidentemente i proconsoli
non gli hanno spiegato
che lo Sblocca Italia era
totalmente sbagliato”.
Perché?
“E’ innanzitutto sbagliato,
non perché sposta il potere
dalla Regione allo Stato,
ma perché sposta il potere
dalla parte pubblica alle
compagnie petrolifere. Il
provvedimento si è rivelato
assolutamente errato, come
abbiamo visto dal voto degli
italiani, anche perché colpisce
un esempio di federalismo
solidale tra la Regione
e lo Stato.
Gli “amici”
del Pd avrebbero
dovuto
spiegare a
Renzi che lo
Sblocca Italia
si inseriva in
un contesto
strutturalmente
critico,
non solo sul fronte ambientale
(colpa anche delle
istituzioni statali e regionali),
ma anche sul fronte dell’impiego
delle royalties,
che sono state utilizzate per
drogare la spesa pubblica e
non come un valore aggiunto
da investire per lo sviluppo
della Regione”.

Dove vede meglio Pittella?
Alla Regione, al Parlamento
o a Lauria?
“Nella battaglia di Renzi
c’è anche una legittima battaglia
di potere. Penso che
la direzione che ha tracciato
il Pd di Renzi, che tende
a salvaguardare i suoi gruppi
dirigenti, avrà un impatto
più semplice in Basilicata
sui candidati. Anche se
non so quanti saranno eletti.
Per il resto Marcello Pittella
ha titolo per fare il presidente
della Regione, il parlamentare
e anche altro. Io
contesto lo stile politico
non le sue ambizioni. Certo,
non credo che in Basilicata
sia un buon momento
per lui. A Lauria il “no” ha
preso il 62% all’ultimo referendum”.

In questo nuovo polo progressista,
c’è spazio anche
per il sindaco di Viggiano
Cicala?
“Spero che persone come
Cicala che hanno dimostrato
una grande capacità
di difesa del territorio possano
partecipare a questo
progetto, che non è un partito.
E’ qualcosa di più. Cicala
sicuramente può essere
un compagno di viaggio”.

Quale sarà lo scenario
degli schieramenti in Basilicata
per le prossime regionali?
“Cinque Stelle, Centro-destra,
Pd ristretto e una coalizione
di centrosinistra alternativa
a Renzi”.

Si supererà il 48% dell’affluenza
dell’ultima volta?
“Quando c’è un calo del
voto è perché l’offerta della
politica non è adeguata alla
domanda. Se si è capaci
di costruire un’offerta adeguata,
quindi idee, giovani
e donne, allora si può costruire
una risposta all’altezza.
E se ci saranno quattro
poli certamente vincerà
il centrosinistra alternativo
a Renzi”

 

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